Introduzione al libro "Lavorare senza offendersi"

di Francesco Varanini


Credo che sia importante farla finita con i generi letterari e con i confini disciplinari. Per questo è nata la collana che accoglie questo libro. E per questo, anche, credo che nel presentare un testo, o nel commentarlo, sia opportuno allontanarsi dal ‘genere’. Ci si può, ci si deve anzi avvicinare ad un’opera come questa, che in apparenza di si presenta come un ‘manuale’, così come ci si avvicina ad un libro di poesie o a un romanzo. 

 

Prima della forma e del genere, conta il perché si scrive, e il come si scrive.

 

Il libro è non di rado, prima che un messaggio rivolto al lettore, una gratuita manifestazione di narcisismo dell’autore. Pagine viziate dal bisogno di esibirsi, di compensare e nascondere le proprie debolezze, di ostentare una autostima che non si possiede. Quale che sia il genere letterario, saggio o romanzo o manuale, gran parte dei libri tradiscono questo retroscena – e per questo, spesso senza che ci risulti immediatamente chiaro il motivo, ci appaiono fastidiosi.

 

A partire da un tema di moda l'autore confeziona merce letteraria – temi in fondo scontati, descritti in modo neutro, senza coinvolgimento. La scrittura è uno sguardo superficiale e difensivo. Sono libri, in fondo, autocensurati: l’autore non lascia vedere niente di sé; non si mostra a noi, perché non è veramente disposto a mostrarsi di fronte a sé stesso.

 

All’opposto, libri come questo, dove la scrittura è –di qualsiasi cosa si scriva–  occasione per riflettere su di sé, per ri-costruire un proprio equilibrio, per capirsi. Libri che più che mostrare un oggetto, raccontano di come l’autore vi si è avvicinato. Libri che più che esporre un contenuto, parlano di come il contenuto è emerso e si è evoluto nella mente dell’autore.

 

Libri come questo sono però spesso contorti, oscuri. Al lettore è dato molto –gli è offerta l’occasione di immergersi nel profondo, nelle le zone buie, in quell’oscurità nella quale si dibatte il pensiero prima di raggiungere la chiarezza. Ma è anche chiesto molto: una lettura lenta e faticosa.

 

Qui invece c’è la profondità, lo scavo, ma ci è risparmiata ogni oscurità. Il cammino alla ricerca di sé è aspro, ma può essere percorso con grazia, con eleganza, senza autocompiacimenti e senza autocommiserazioni.

 

Questo libro è una passeggiata nella mente dell’autrice. Non sembra esserci nascosto nulla. Ci è dato da osservare il filo del pensiero mentre si dipana, si aggroviglia a tratti e poi si presenta di nuovo in tutta la sua sottigliezza.

 

E, nei fatti, questo libro, che è innanzitutto il viaggio in una mente, è un libro privo di lunghe frasi, e –potremmo anche dire– un libro che non prende per buone le parole, ma anzi le mette in discussione, e le usa con cautela e parsimonia. “Le parole prendono senso dall'emozione che suscitano. O significano poco o troppo. Definirle serve a negoziare il mondo”, scrive l’autrice.

 

Sono tanto difficili da usare, e potenzialmente ingannevoli, le parole –le parole scritte in particolare– che forse, se potesse, l’autrice ne farebbe a meno. Il suo non è un pensiero narrativo, non è un pensiero che si manifesta nel fluire di un discorso. La sua scrittura è aforistica, costruita con il minimo di parole possibile: definizioni, brevi massime.

 

Anche questa è una lezione: queste pagine si distaccano dagli eccessi verbali, dalle descrizioni inutilmente ridondanti alle quali i libri che leggiamo ci hanno purtroppo abituato. Gli eccessi verbali vorrebbero trasmetterci emozioni, ma –se non accettiamo passivamente l’inganno– non è difficile cogliervi una assoluta freddezza emotiva.

 

Qui invece, in questo libro, l’emozione –proprio perché spogliata di parole insufficienti ad esprimerla– è riconosciuta, accettata, vissuta nel presente.

 

Scrivere così –togliendo ciò che è inutile e collocando ogni concetto al suo posto– è come fare pulizie in casa, mettendo tutto in ordine. Provando soddisfazione nel farlo.

 

Ci è dato da immaginare che se l’autrice fosse rimasta legata a ciò che le è più consueto, a ciò che le dà piacere, il suo testo sarebbe composto di nient’altro rappresentazioni simboliche, logico-formali. La mente nella quale ci è offerta l’occasione di passeggiare ragiona per modelli, e si manifesterebbe –per sua natura– attraverso schemi, mappe, grafi.

 

Eppure questo libro è fatto di parole, parole amichevoli, che accompagnano. Ci vengono proposti esercizi, ripassi, sintesi.

 

Dunque in qualche modo l’autrice forza il suo modo di esprimere il pensiero. Perché lo fa?

 

Lo fa perché sa di proporci un lavoro difficile. Non ci nasconde le asperità del cammino, ma non per questo vuole costringerci a un inutile fatica. 

 

Se  l’esposizione fosse più complessa, negherebbe il suo valore. L’autrice ci parla di tenebre emotive –di quelle situazioni in cui si ‘sta male’, tanto da non trovare altro sfogo all’offendere sé stessi e gli altri–. Ma non si ferma qui, ci propone un attraversamento: un percorso, come inizia, dove possiamo arrivare. Ci parla di come ha attraversato le tenebre, di come è uscita. Ci parla non da una selva oscura, ma da un prato illuminato dal sole. Di qui, parlando di sé, con semplicità, ci aiuta a immaginare quale percorso potremmo costruire per noi.

 

Avendo fatto un lavoro su di sé, ha raggiunto un certo equilibrio emozionale: perciò non ha bisogno di ostentare la profondità del proprio pensiero. E usa le parole utili per noi. Parole utili a mostrarci quello che potrebbe essere il nostro cammino.

 

Non sentirsi più offesi. Superare l’imbarazzo, accettare di vivere le emozioni. Evitare il sorgere di situazioni che generano dolore. Pensare che, per ognuno di noi, è possibile ‘essere libero’. “La libertà è il poter essere responsabili, la responsabilità è il poter essere liberi, il potere è la libertà di essere responsabili.”

 

Non ci sono in queste pagine istruzioni per l’uso date dall’alto, da un esperto. C’è –lo ripeto un’ultima volta– il resoconto di un lavoro su di sé, svolto con cura e rispetto delle proprie debolezze, del tempo necessario per cambiare, della fatica necessaria per allontanarsi da comportamenti ‘negativi’.

 

C’è il coraggio di porsi domande che se sentiamo vere e profonde: Perché non vogliamo smettere di offenderci?
Domande che spesso rifiutiamo, magari con la scusa che si tratta di interrogativi troppo ‘semplici’ – come se fosse inevitabile arrenderci alla complicazione, ad una vita affettiva e professionale insoddisfacente; come se provassimo una perversa soddisfazione nel dire a noi stessi che è impossibile ‘stare bene’.